Un autografo di Paolo VI, in parte inedito, pubblicato sull’Osservatore Romano. Uno scritto che oggi risulta molto attuale se visto alla luce dei recenti sbarchi sulle coste italiane

Marzo 1971. La guerra civile che incendia il Pakistan orientale spinge verso le frontiere con l’India le popolazioni in fuga dai massacri. Nel giro di sei mesi l’esodo assume proporzioni senza precedenti: otto milioni di profughi, tra i quali ottocentomila bambini, trovano scampo nella regione del Bengala occidentale, dopo aver percorso a piedi centinaia di chilometri attraverso la giungla e le paludi. Si ammassano in campi e tendopoli affollati, in baracche, in ricoveri di fortuna. Hanno bisogno di tutto. A centinaia muoiono ogni giorno di fame. Una tragedia immane che scuote la comunità internazionale e spinge la Chiesa alla mobilitazione attraverso l’impegno delle sue istituzioni caritative, soprattutto Cor Unum e Caritas. Paolo VI segue con animo addolorato l’evolversi della situazione, che si aggrava col passare dei giorni. E all’inizio dell’autunno, quando la fine della stagione dei monsoni e l’incombere dell’inverno rendono concreta la minaccia di una catastrofe umanitaria, decide di lanciare un appello alla coscienza del mondo.

Ne prepara di suo pugno il testo: due pagine scritte a penna — che riproduciamo qui di seguito — ritrovate ora nell’archivio della Prefettura della Casa pontificia insieme alla documentazione riguardante l’udienza generale del 29 settembre 1971. In realtà Papa Montini utilizzò la prima parte e la frase conclusiva del testo per l’Angelus di domenica 3 ottobre, lanciando in quell’occasione l’iniziativa di una giornata mondiale di preghiera per i profughi, in particolare per i bambini, da celebrare la domenica successiva. È inedito, invece, l’ultimo capoverso dell’autografo, nel quale il Pontefice si chiedeva se non fosse il caso di dedicare addirittura l’intero mese «al soccorso dei profughi e delle vittime delle disgrazie collettive nel mondo».

Paul VI 1966

“Noi vi dobbiamo ancora una volta parlare delle sofferenze altrui, confidando nella vostra comprensione e nella vostra generosità. Il nostro ministero ci obbliga a diventare interpreti di bisogni immensi, che non lasciano tranquilla la coscienza a cui arriva la loro voce; è voce di lamento, gemito d’implorazione.

È quella dei Profughi. Profughi e popolazioni del Pakistan orientali; sono milioni di esseri umani in condizioni di estrema necessità. Disgrazie su disgrazie si sono rovesciate su quella poverissima gente. Le notizie non mancano, e ci danno cifre spaventose, e ci dicono la sproporzione sconfortante fra l’enormità dei malanni e l’inadeguata misura dei soccorsi. Occorre svegliare il senso di umanità del mondo, ci hanno detto, per salvare la vita a innumerevoli esseri umani sull’orlo della morte. Le opere pubbliche e private anche le nostre, sono all’opera; ma come possono impedire le conseguenze di calamità superiori ai loro mezzi? Non sembra esagerato attendere che il mondo s’impietosisca, e mandi gli aiuti indispensabili: viveri, indumenti, medicine, denaro. E perfino persone volonterose che si mettano disposizione dell’avventura pietosa e coraggiosa del samaritano evangelico.

Vengono le vertigini al pensiero che anche in altri Paesi della terra, vicini e lontani, si trovano in analoghe condizioni, sebbene non così gravi come quelle segnalate.

Vogliamo dedicare questo mese al soccorso dei Profughi e delle vittime delle disgrazie collettive nel mondo? Come si fa? Noi pensiamo che le iniziative benefiche già operanti in vari luoghi e in varie forme ce lo diranno. Noi ora diciamo che il bisogno è così grande da creare una questione di giustizia; e che la carità deve, almeno in qualche misura, risolvere, secondo il suo metodo, con sacrificio e con prontezza. Noi lanciamo questo grido doloso sperando e pregando.”

(Fonte L’OSSERVATORE ROMANO)