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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

IL BUCO NERO PIÙ ”GHIOTTO” DELL’UNIVERSO

Il buco nero con la crescita più rapida dell’universo: ecco l’oggetto studiato dall’ANU Research School of Astronomy.

Il paper degli scienziati sarà pubblicato su Publications of the Astronomical Society of Australia.

Gli astronomi del centro di ricerca australiano hanno portato il loro sguardo indietro più di 12 miliardi di anni, scrutando le prime oscure età dell’Universo.

Si calcola che questo buco nero super-massiccio abbia le dimensioni di circa 20 miliardi di soli e un tasso di crescita dell’uno per cento ogni milione di anni.

“Questo buco nero sta crescendo così rapidamente che splende migliaia di volte più intensamente di un’intera galassia, a causa di tutti i gas che succhia quotidianamente che riescono a causare molto attrito e calore”, ha detto il dott. Wolf della ANU Research School of Astronomy.

Gli scienziati pensano che avere un oggetto di tale voracità al centro della nostra Via Lattea potrebbe portare alla distruzione della vita sulla terra.

Il telescopio SkyMapper presso l’ANU Siding Siding Spring Observatory ha rilevato questa luce nel vicino infrarosso, notando come le onde luminose si erano spostate sul rosso.

“Questi buchi neri sono estremamente rari e li stiamo cercando da diversi mesi con SkyMapper. Il satellite Gaia dell’Agenzia spaziale europea, che misura i piccoli movimenti di oggetti celesti, ci sta aiutando a trovare questi buchi neri supermassicci.” ha spiegato lo studioso.

Gli scienziati possono vedere le ombre degli oggetti di fronte al buco nero supermassiccio, quindi tramite questo meraviglioso “mostro” possiamo scoprire di più su molti oggetti e situazioni esotiche nell’universo.

Fonte: ANU

Fonte immagine: NASA/ESA

VENT’ANNI DOPO LA SONDA GALILEO, LA CONFERMA DEI GEYSER SU EUROPA

 

Alla fine degli anni ’80, la sonda Galileo partì per un viaggio dedicato completamente, per la prima volta nella storia dell’esplorazione del sistema solare, a Giove, il gigante gassoso. Alla fine degli anni ’90, conclusa la missione primaria, iniziò una estensione che presentava maggiori rischi e che comprendeva una serie di sorvoli ravvicinati delle lune Europa e di Io, il più vicino dei quali portò la sonda a 180 km da Io il 15 dicembre 2001.

Ma è durante un suo flyby di Europa che non ci si era accorti di una sua scoperta straordinaria, o meglio, non era facile trovare qualcosa che non si stava cercando.

 

Le immagini ultraviolette di presunti getti d’acqua dalla superficie di Europa, luna di Giove, riprese dal telescopio spaziale Hubble della NASA nel 2012, hanno ispirato Xianzhe Jia (Università del Michigan, co-investigator di due strumenti a bordo della sonda Europa Clipper, la missione che studierà Europa da vicino nel prossimo decennio) e il suo team.

Dopo una relazione sulle immagini di Hubble di Melissa McGrath – del SETI Institute di Mountain View ma anche lei parte della missione Europa Clipper – Jia e il suo team hanno ripreso i dati raccolti dalla sonda Galileo 20 anni fa, rendendosi subito conto che la regione in cui Hubble aveva visto ripetute tracce di pennacchi era vicina a una delle regioni in cui Galileo era volata: Galileo avrebbe potuto passare attraverso uno di questi pennacchi senza che nessuno se ne fosse reso conto.
«Galileo, in effetti, ha fatto un sorvolo di quella posizione, ed è stato il più vicino che abbiamo mai avuto. Ci siamo resi conto che dovevamo tornare indietro», ha detto Jia. «Avevamo bisogno di vedere se nei dati ci fosse qualcosa che potesse dirci se in quel momento c’era o meno un pennacchio».

Galileo aveva fatto un totale di 11 voli ravvicinati di Europa, ma solo due si avvicinarono abbastanza da avere la possibilità di scoprire qualcosa di simile a un getto di vapore ghiacciato. Fu il primo di questi che si rivelò essere lo scrigno del tesoro.  La sonda Galileo stava volando entro 400 km dalla superficie di Europa, a 6 km/s, percorrendo 1.000 km in soli tre minuti nel momento del suo maggior avvicinamento, quando il suo magnetometro si è accorto di un cambio di direzione del campo magnetico misurato, con un improvviso calo e un seguente picco molto forte. Nel frattempo, il rilevatore di onde di plasma mostrava una concentrazione densa di particelle cariche che venivano altrettanto improvvisamente  rilasciate.

L’ipotesi è che quando un campo magnetico attraversa un getto d’acqua, può creare una corrente elettrica all’interno del getto. Quella corrente, a sua volta, genera un altro campo magnetico che neutralizza il primo, mentre il plasma si accumula in cima al getto, incapace di fluire attraverso di esso. Questo processo è lo stesso che la sonda Cassini ha visto in azione su Encelado, luna di Saturno, e ora i ricercatori pensano che sia esattamente lo stesso processo rilevato vent’anni fa dalla Galileo su Europa.

Ma il vero motore della scoperta è stato un sofisticato modello computazionale noto come 3D multi-fluid magnetohydrodynamic simulation, che ancora non esisteva quando Galileo raccoglieva i suoi dati. Il team lo ha applicato a quello che già si sapeva dalle osservazioni di Hubble sulla dimensione e la densità del potenziale pennacchio, creando così una simulazione perfettamente coerente con i dati raccolti dalla sonda Galileo.

«I dati erano lì, ma avevamo bisogno di una modellazione sofisticata per dare un senso all’osservazione», ha spiegato sempre Jia.

Le precedenti immagini ultraviolette di Hubble suggerivano la presenza di pennacchi, ma questa nuova analisi ha potuto utilizzare dati raccolti (anche se inconsapevolemnte) molto più vicini alla fonte ed è per questo che viene considerata un’evidenza forte e di supporto a quella di Hubble per confermare la presenza dei pennacchi.

«Sembra che ormai ci siano troppe evidenze per scartare l’esistenza di geyger anche su Europa», dichiara Robert Pappalardo, sempre del progetto Europa Clipper. «Questo risultato li fa sembrare smpre più veri e, per quanto mi riguarda, si tratta di un punto di svolta: non sono più solo incerti bagliori in un’immagine remota».

Galileo non avrebbe potuto vedere di più, il flusso di particelle in questo tipo di getti è molto diffuso e sottile, non è facile accorgersene pur passandoci in mezzo, soprattutto se non si sa cosa guardare. Ma ora che lo sappiamo, gli scienziati della NASA sperano che la missione Europa Clipper, che sarà lanciata a metà degli anni ’20, riesca a riprendere immagini dirette dei getti attraverso la luce solare dispersa dalle particelle sospese nello spazio.

«Non potremo darli definitivamente per reali finché non torneremo lì con una sonda e non li riprenderemo in una foto» aggiunge un altro membro del team Europa Clipper, Cynthia Phillips.

Inoltre Clipper arriverà molto più vicina alla luna ghiacciata: alcuni dei suoi 44 passaggi la porteranno a una distanza di soli 25 km in superficie. Avrà a bordo spettrometri di massa, per dedurre la composizione della superficie di Europa, dell’oceano sotterraneo e dei pennacchi, e – come Galileo – strumenti per misurare la densità del plasma e i campi magnetici. A differenza di Galileo, Clipper avrà anche sistemi di imaging a infrarossi e nel visibile, uno spettrografo ultravioletto e un radar che può penetrare nel ghiaccio fino a chilometri al di sotto della superficie ghiacciata di Europa.

Ma mentre gli strumenti sono ben noti, la traiettoria ancora non è decisa e questi nuovi risultati aiuteranno a definirla. Se i pennacchi stanno davvero emettendo vapore dall’oceano o dai laghi sotterranei di Europa, Europa Clipper potrà campionare il liquido congelato e le particelle di polvere. Il team della missione sta ora valutando potenziali percorsi orbitali proprio con questo scopo.
I getti emessi da questa gelida luna potrebbero infatti aiutarci a trovare segni di vita nel suo oceano sottosuperficiale. «Studiare il materiale di questi getti è un modo per accedere alla chimica dell’oceano di Europa, che potrebbe aiutarci a rivelare se è abitabile o addirittura abitato», spiega Kevin Hand, anch’esso nel team del JPL della missione Europa Clipper. Infatti se si tratta davvero di getti d’acqua provenienti dall’oceano sotto la superficie ghiacciata della luna, potendone raccogliere dei campioni possiamo anche vedere direttamente e “facilmente” se contengono o meno tracce degli ingredienti necessari alla vita, o tracce di vita microbica stessa.

Sia la NASA che le agenzie spaziali europee hanno missioni in cantiere per visitare Europa dopo il 2020, presto forse avremo quella foto e quelle risposte…

Lo studio è stato pubblicato su Nature Astronomy:

Immagine: NASA/ ESA / W. Sparks / USGS Astrogeology Science Center

COELUM ASTRONOMIA

LE GALASSIE CHE RUOTANO E LA LORO MUSICA

IL TURISMO E LA SUA IMPRONTA AMBIENTALE

Conosciamo ormai da tempo l’importanza del turismo ai fini della crescita economica globaleIl settore turistico permette un aumento annuale del 4% del PIL globale.

A crescere però, come ha spiegato uno studio apparso su Nature climate change, non è solo la parte economica in questione. Il turismo globale infatti contribuisce a circa l’8% delle emissioni totali di gas serra nell’atmosfera.

La ricerca ha fatto un grande salto in avanti sulla comprensione del fenomeno del turismo di massa perché non si è limitata a studiare le emissioni direttamente legate al viaggio, gli studiosi infatti hanno guardato anche all’impatto dei servizi di cui i turisti godono, che vanno dal cibo allo shopping fino ai consumi nei vari hotel.

I numeri più significativi vengono fuori ad esempio guardando ai 4,5 gigatoni di quantità di anidride carbonica e altri gas a effetto serra rilasciati nell’atmosfera dal 2013.

Altra cifra importante viene fuori dai 300 kg aumentati, dal 2009 al 2013, di impronta di carbonio annuale per ogni abitante dell’Isola delle Maldive, questo a testimoniare come il turismo internazionale aumenti anno dopo anno.

Lo studio ha mostrato come ad un tasso attuale di crescita del 3% di emissioni totali, entro il 2025 si raggiungerà la cifra di 6,5 giga tonnellate di emissioni di anidride carbonica.

Gli Stati Uniti sono in cima a queste particolari classifiche globali, seguiti da Germania e India.
Le piccole isole, come abbiamo già spiegato nel caso delle Maldive, subiscono molto il turismo internazionale che va a rappresentare una cifra percentuale che va dal 30 all’80% delle emissioni di queste spesso piccole nazioni.

A contribuire a questa impronta così significativa c’è anche molto del turismo interno e il paniere dei beni che va a spostare i vari indicatori, è molto variegato.

Lo studio fornisce sicuramente una panoramica chiara di quello che è il fenomeno turismo e permette di individuare alcune soluzioni per limitare un aumento di emissioni che va assolutamente controllato.

SOPRAVVIVERE AD UNA SUPERNOVA

Diciassette anni fa, gli astronomi hanno visto una supernova esplodere a 40 milioni di anni luce da noi, nella galassia NGC 7424 situata nella costellazione meridionale della Gru. Ora, nello sbiadito bagliore di quell’esplosione, il telescopio spaziale Hubble ha catturato la prima immagine della compagna sopravvissuta di una supernova.

«Sappiamo che la maggior parte delle stelle massicce fanno parte di coppie binarie», ha dichiarato Stuart Ryder dell’Australian Astronomical Observatory (AAO) di Sydney, autore principale dello studio. «Molte di queste coppie binarie possono interagire e trasferire gas da una stella all’altra, se loro orbite si avvicinano a sufficenza».

La compagna della stella progenitrice della supernova non era quindi un’innocente spettatrice dell’esplosione. Ha sottratto nel tempo quasi tutto l’idrogeno dall’involucro stellare della stella condannata, da quella regione in cui l’energia viene trasportata dal nucleo della stella alla sua atmosfera. Milioni di anni prima che la stella primaria diventasse supernova, quindi, questa ladra stellare ha portato all’instabilità la stella primaria, strappandole poi via il bozzolo di idrogeno poco prima della catastrofe.

La supernova, denominata SN 2001ig è classificata come una supernova di tipo IIb, un tipo però relativamente raro e insolito di supernovae, perché solo la maggior parte, ma non la totalità, dell’idrogeno scompare poco prima prima dell’esplosione.

In che modo questo tipo di supernove perdano l’involucro esterno non è ancora del tutto chiaro. Inizialmente si pensava che provenissero da stelle solitarie, con un vento stellare abbastanza intenso e veloce da staccare l’involucro esterno di idrogeno. Il problema era che quando gli astronomi iniziarono a cercare le stelle primarie da cui si generavano le supernove, per la maggiorparte delle IIb non riuscirono a trovarle.

«Era un fatto particolarmente bizzarro, perché gli astronomi si aspettavano fossero stelle particolarmente massicce e brillanti», ha spiegato Ori Fox dello Space Telescope Science Institute di Baltimora. «In più, il numero di supernove di tipo IIb è molto più grande di quanto previsto». Questo ha portato gli scienziati a teorizzare che molte delle stelle primarie fossero quindi parte di sistemi binari, e quindi con massa inferiore, e si misero al lavoro per dimostrarlo.

Ma cercare la compagna binaria dopo l’esplosione in supernova non è un compito facile. In primo luogo, deve essere a una distanza relativamente vicina alla Terra, a portata degli occhi di Hubble, e all’interno di questa distanza non sono molte le supernove che esplodono. Ancora più importante poi, gli astronomi devono conoscere la posizione esatta ricavata da misurazioni molto precise.

Fortunatamente SN 2001ig e la sua compagna, pur essendo quasi al limite della portata del telescopio spaziale, sono ancora abbastanza vicine. L’esplosione è stata avvistata per la prima volta nel 2001, da un astronomo australiano non professionista. Nel 2002, la posizione precisa della supernova è stata individuata grazie al Very Large Telescope (VLT) dell’ESO, a Cerro Paranal, in Cile. Nel 2004, è stata poi osservata dal Gemini South Observatory a Cerro Pachón, in Cile, e per la prima volta si è accennato della possibile presenza di una compagna sopravvissuta.

Su questa base, conoscendo le coordinate esatte, Ryder e il suo team sono stati quindi in grado di  puntare Hubble nella posizione precisa 12 anni dopo l’esplosione, quando la luminosità della supernova andava ormai attenuandosi. In questo modo, grazie anche alla straordinaria risoluzione e alla possibilità di osservare nell’ultravioletto di Hubble, sono stati in grado di trovare e fotografare la sopravvissuta, grazie forse al minor effetto dell’urto dell’esplosione, attenuato da quella parte di guscio rimasto.

Già nel 2014, in realtà, Fox e il suo team avevano usato Hubble per rilevare la compagna di un’altra supernova di tipo IIb, la SN 1993J. Tuttavia, in quel caso, ne era stato ripreso solo uno spettro, non un’immagine diretta.

«Siamo stati finalmente in grado di catturare il ladro stellare, confermando il nostro sospetto che dovesse essercene uno”, ha dichiarato Filippenko.

L’obiettivo finale del team è ora di determinare con precisione quante supernove di tipo IIb hanno effettivamente una compagna, ipotizzando al momento che possano essere circa la metà. Il prossimo obiettivo è dunque quello di osservare le supernove che hanno perso completamente il loro guscio di idrogeno – al contrario di SN 2001ig e SN 1993J. In questo modo, le esplosioni di supernovae completamente “spogliate” dal loro involucro, non possono interagire con l’ambiente stellare circostante. Senza interazioni, si spengono quindi molto più velocemente, permettendo agli astronomi di provare a cercare la compagna anche solo dopo due o tre anni. Inoltre in futuro si avrà a disposizione anche il James Webb Space Telescope, che allargherà il campo di ricerca, permettendo di raggiungere stelle più lontane e compagne più deboli.

Coelum astronomia

GALASSIE IN OGNI DOVE NEL NUOVO NUMERO DI COELUM ASTRONOMIA

Ricordate la sequenza iniziale del film Contact, tratto dal romanzo di Carl Sagan? Quella in cui l’inquadratura, partendo dal pianeta Terra, si apre sempre più, per abbracciare il Sistema Solare, poi la Via Lattea e poi ancora, sempre più in grande, una sconfinata distesa di galassie che compongono l’Universo intero, prima di svanire nella pupilla della protagonista del film.

Poche ma forti immagini che suggeriscono un’idea della dimensione del Cosmo in cui viviamo. E se la nostra galassia ci appare già quasi infinitamente grande, potremmo osare chiederci quante galassie possano esserci nell’intero cosmo… Una domanda in apparenza innocente, ma che nasconde un importante significato scientifico, per la quale, grazie al potente Telescopio Spaziale Hubble, è stato già possibile fare delle prime stime. Il conto è incredibile e le sfide da superare per arrivare al “magico” numero sono notevolmente complicate: ne abbiamo parlato nell’articolo “Quante sono le galassie nell’Universo?”.

A questo punto, cari lettori, avrete intuito che il tema del numero sono proprio le galassie. Un oggetto che oggi diamo per scontato e facile non solo da immaginare ma anche da comprendere. Eppure il concetto di galassia ha vissuto una lunga e travagliata evoluzione nel tempo. Abbiamo così desiderato ripercorrere questo cammino, fatto di idee, congetture e scoperte, che ha portato, nell’arco di due secoli circa, a riconoscere in quelle semplici “nebulae a spirale” dei veri e propri “universi isola“. Claudio Elidoro ci guida in questa panoramica giungendo fino ai giorni nostri, permettendoci di capire che, anche oggi in realtà, “si fa presto a dire galassia”

Ma non solo negli articoli principali si parla di galassie, lasciamo a voi scoprire a quali altri contributi ci riferiamo nel sommario parziale qui sotto e, ovviamente, sfogliando il nuovo numero di maggio di Coelum Astronomia.

Come sempre non finisce qui, tanti sono i contenuti, dalle novità strumentali, al Cielo del Mese, agli appuntamenti degli astrofili… e a nuova rubrica rubrica dedicata alle meraviglie del cosmo!

Buona lettura

Articoli in Copertina Coelum Astronomia n. 222 di maggio 2018

Per il sommario completo: http://www.coelum.com/coelum/archivio/indici/coelum-n-222-2018

  • SI FA PRESTO A DIRE GALASSIA… Ripercorriamo le tappe che ci hanno permesso di riconoscere la vera natura di quei “batuffolini di luce”.
  • Quante sono le GALASSIE nell’Universo? Una domanda da cui dipende la nostra conoscenza dell’universo in cui viviamo e della sua evoluzione.
  • UP and DOWN. In una sola immagine il piano della Via Lattea completo!
  • Lo strano caso della galassia trasparente
  • Il Cielo del mese UAI: In viaggio verso la Whirlpool
  • Macchie solari, Spettroscopia ed effetto Zeeman. Storia di un lavoro da professionista per un astronomo dilettante.
  • Novità dal Mercato. Torna la rubrica sulle principali novità del mercato della strumentazione amatoriale a cura di Riccardo Cappellaro.
  • Dragon Aurora nei cieli del Nord.
  • Una nuova rubrica per raccontare l’Universo con un’immagine, a cura di Barbara Bubbi. Si comincia con NGC 6397, un antico ammasso globulare.
  • GIOVE in opposizione. Una guida osservativa e per la ripresa
  • ASTROFOTOGRAFIA: Riprendiamo Giove e i suoi satelliti
  • Tutti gli appuntamenti con il CIELO di MAGGIO!
  • Finalmente una COMETA “interessante”: C/2016 M1 PanSTARRS.
  • PHOTOCOELUM Le vostre migliori immagini del mese, e una mini gallery dedicata alla Luna!
  • LA LUNA di maggio. Guida all’osservazione della Regione Polare Nord

Coelum Astronomia è gratuito per la lettura digitale su PC, tablet e smartphone ed è disponibile anche per il download in PDF. Leggilo online gratis: https://goo.gl/YYoJpM

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L’entanglement “visibile” è la CHIAVE per il futuro delle COMUNICAZIONI QUANTISTICHE

Per il futuro della comunicazione e delle nuove tecnologie è fondamentale stabilire nuovi tipi di collegamenti e sfruttare le potenzialità dell’entanglement quantistico.


Due gruppi di ricercatori hanno pubblicato due nuove ricerche su Nature, con l’obiettivo di trasportare questa caratteristica della meccanica quantistica a strutture macroscopiche costruite dall’uomo, progettate magari per soddisfare particolari requisiti tecnologici.

L’entanglement è una caratteristica fondamentale della meccanica quantistica, che stabilisce come le proprietà di due oggetti riescano ad intrecciarsi anche se separati da una amplissima distanza.

Noi abbiamo parlato con il dottorando Sungkun Hong dell’ Università di Vienna, che ha redatto uno dei due paper usciti: “Noi viviamo in un’era in cui una grande quantità di dati sensibili viene trasmessa ogni secondo: è fondamentale per questo sviluppare un modo per proteggere tutta questa grande mole di dati durante una trasmissione. La comunicazione quantistica promette di affrontare il compito in maniera cruciale fornendo un metodo di crittografia basato su dei principi quantistici fondamentali”.

La sfida tecnica principale è quella di distribuire e creare tutti i collegamenti quantistici necessari su lunghe distanze. Nella comunicazione classica il problema di distribuzione è risolto attraverso fibre di vetro a bassa perdita o attraverso il silicio, sono infatti proprio questi meccanismi a garantirci l’onnipresente internet ad alta velocità.

La particolarità di queste ricerche è stata quella di riuscire ad applicare le regole della meccanica quantistica a oggetti molto più grandi. Il punto più complesso è stato quello di trovare una transizione intermedia che rendeva possibile questo nuovo meccanismo.

Il ricercatore ci ha infatti spiegato qual è l’impostazione sperimentale della ricerca: “Il nostro sistema è un dispositivo di silicio nanofabbricato che simultaneamente limita luce e vibrazioni. A settembre dello scorso anno abbiamo stabilito un nuovo livello di controllo quantistico proprio sul nostro strumento- ha inoltre continuato il ricercatore- tutto infatti è cambiato quando abbiamo usato impulsi di luce laser a lunghezze d’onda diverse per eccitare un singolo fotone. Il singolo quarto di vibrazione meccanica può durare abbastanza a lungo per essere visto e utilizzato come una vera e propria memoria meccanica”.

Dopo aver studiato questa impronta, una sorta di scatola nera che aiuta a capire da quale dispositivo proviene il fotone, è stato possibile dimostrare che lo stadio di entanglement riesce a durare pochi microsecondi ed è legato a singoli elementi meccanici.

I fasci di ciliegio usati da Hong e colleghi sono abbastanza grandi da essere visti addirittura con una lente di ingrandimento, l’obiettivo degli scienziati è quello di usare queste strutture all’interno di una rete quantistica volta a sfruttare informazioni quantiche.

Si dovrà cominciare a lavorare nel prossimo futuro a lavorare su reti lunghe centinaia e centinaia di metri, con ricerca e ricercatori del genere infatti si sta stabilendo il futuro delle comunicazioni criptate e non.

 

GAIA STA CAMBIANDO IL VOLTO DELLA NOSTRA GALASSIA

La missione Gaia dell’ESA ha prodotto il più ricco catalogo di stelle fino ad oggi e comprende le misurazioni ad alta precisione di circa 1,7 miliardi di stelle che rivelano dettagli inediti della nostra galassia.
Una moltitudine di scoperte è all’orizzonte dopo questa tanto attesa versione aggiornata della mappa, che si basa su 22 mesi di rilevamento del cielo. I nuovi dati includono posizioni, indicatori di distanza e movimenti di oltre un miliardo di stelle, insieme a misurazioni ad alta precisione di asteroidi nel nostro Sistema Solare e di stelle oltre la nostra Via Lattea.
L’analisi preliminare di questi dati fenomenali rivela dettagli precisi sulla composizione della popolazione stellare della Via Lattea e su come si muovono le stelle, informazioni essenziali per indagare sulla formazione e l’evoluzione della nostra galassia domestica.
“Le osservazioni raccolte da Gaia stanno ridefinendo le basi dell’astronomia”, afferma Günther Hasinger, direttore delle scienze dell’ESA.
Il video è un 360 panoramico della nostra galassia che mostra come GAIA sta lavorando per raccogliere più dati possibili sulle stelle che ci circondano.

Crediti foto e video: ESA

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NEL CUORE DELLA LAGUNA PER IL 28ESIMO ANNO DI HUBBLE

Dal suo lancio, il 24 aprile 1990, il Telescopio Spaziale Hubble della NASA / ESA ha rivoluzionato quasi ogni area dell’astronomia osservativa. Ha offerto una nuova visione dell’Universo e ha raggiunto e superato tutte le aspettative per un periodo di ben 28 anni. Per celebrare l’eredità della missione di Hubble e la lunga partnership internazionale che la rende possibile, ogni anno l’ESA e la NASA celebrano il compleanno del telescopio con una nuova spettacolare immagine. L’immagine dell’anniversario di quest’anno presenta un oggetto che è già stato osservato diverse volte in passato: la Nebulosa Laguna.

La Nebulosa Laguna è un oggetto colossale di 55 anni luce e alto 20 anni luce. Pur trovandosi a circa 4000 anni luce dalla Terra, appare nel cielo tre volte più grande della Luna Piena. Se poi avete a disposizione cieli bui e trasparenti, è anche visibile a occhio nudo. Essendo relativamente così grande, Hubble è in grado di catturare solo una piccola parte per volta della sua superficie totale, ma ci mostra in ogni caso dettagli sorprendenti

Come molti vivai stellari, la nebulosa vanta molte stelle grandi e calde. La loro radiazione ultravioletta ionizza il gas circostante, facendolo splendere luminoso e scolpendolo in forme che appaiono spettrali e ultraterrene. La stella luminosa incastonata nelle nuvole scure al centro dell’immagine è Herschel 36. La sua radiazione scolpisce la nube circostante soffiando via parte del gas, creando regioni più o meno dense.

Tra le sculture create da Herschel 36 ci sono due tornadi interstellari – inquietanti strutture a corda lunghe quasi mezzo anno luce. Somigliano ai loro omonimi terrestri non solo per la forma, si pensa infatti che siano avvolti in questa forma ad imbuto a causa delle differenze di temperatura tra le calde superfici (dove i gas sono più compressi) e il più freddo interno delle nubi interstellari. Prima o poi nel futuro queste nubi collasseranno sotto il loro stesso peso e daranno vita a una nuova generazione di stelle.

Hubble ha osservato la Nebulosa Laguna non solo in luce visibile ma anche nelle lunghezze d’onda dell’infrarosso. Mentre le prime consentono agli astronomi di studiare il gas in tutti i suoi dettagli, la luce infrarossa penetra le zone oscure di polvere e gas, rivelando le complesse strutture al di sotto e le giovani stelle nascoste al suo interno.

Solo combinando dati ottici e infrarossi è possibile dipingere un quadro completo dei processi in atto nella nebulosa.

Di seguito tutte le versioni di questa incredibile nebulosa ripresa dal telescopio spaziale Hubble nel tempo.

Crediti foto: : NASA, ESA, STScI
Coelum 

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