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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

ROSS 128b, IL FUTURO VICINO DELLA TERRA SOTTO GLI OCCHI DI HARPS

Scoprire un esopianeta in una zona abitabile di una stella che tra 80.000 anni sarà la nostra vicina più prossima? Fatto.
Noi esseri umani, inutile negarlo, siamo a caccia di un esopianeta simile alla nostra terra in grado di ospitare la vita dove sarà possibile ”trasferirsi” in un futuro non molto remoto. 
Nella nuova ricerca basata sullo studio dei ricercatori del team che controlla HARPS, che da anni si concentra sulle nane rosse (tra le stelle più deboli e comuni e interessanti nell’universo), ha dato un nuovo impulso a questa caccia che si fa sempre più interessante e ci fa attendere con impazienza i prossimi strumenti di terra e spaziali che inizieranno le loro osservazioni nella prossima decade.
L’articolo con tutte le analisi e le caratteristiche, fino ad oggi conosciute del pianeta, è stato pubblicato in Astronomy and Astrophysics con il titolo: “A temperate exo-Earth around a quiet M dwarf at 3.4 parsecs”.

 

Harps è un sistema ad alta precisione dell’ osservatorio di La Silla, in Cile, che ha scoperto nell’orbita della stella Ross 128 un pianeta di massa estremamente contenuta che compie un giro intorno alla sua stella madre ogni 9,9 giorni.

Nel comunicato dell’ESO che ha annunciato la scoperta del pianeta, distante circa 11 anni luce dalla Terra, viene spiegato come questa scoperta si basa su un lavoro decennale di monitoraggio intensivo che ha coniugato tutte le scoperte fatte in questo campo con varie tecniche d’avanguardia.

Per essere chiari si deve specificare che ci troviamo dinanzi ad un gruppo di ricercatori che si può dire sia uno dei più grande team di cacciatori di esopianeti.

 

La rilevazione, alcuni mesi fa, del pianeta intorno a Proxima Centauri, anch’essa una nana rossa, fu una grande novità, tuttavia Proxima, attualmente la stella più vicina al nostro sole, è soggetta a brillamenti occasionali che rischiano di contaminare i pianeti attraverso le radiazioni ultraviolette, queste scariche radioattive sono sostanzialmente mortali per ogni forma di vita.

 Ross 128 sembra una stella molto più tranquilla, rispetto a Proxima, e i suoi pianeti potrebbero avere realmente la capacità di sviluppare vita.

Altro dato estremamente curioso lo scopriamo analizzando l’andamento che sta avendo questa stella nella volta celeste, dai dati infatti sappiamo che Ross si sta muovendo verso di noi e entro 79000 anni sarà il nostro prossimo vicino stellare. 

Insomma ci troveremo Ross 128b dietro la nostra porta cosmica.

Ross 128 b, nome dato al pianeta, è pronto quindi per affrontare questa odissea cosmica che lo porterà a diventare l’esopianeta più vicino alla Terra.

Come specificato dall’ESO: “La temperatura di equilibrio di Ross 128 b è stimata tra i -60 e 20 ° C, tutto questo grazie alla natura fredda e debole della piccola stella che ospita il pianeta; la nana rossa ha poco più della metà della temperatura superficiale del Sole”‘.

Ross 128b sarà sicuramente uno dei pianeti di cui sarà svelata l’atmosfera tramite le future analisi dell’Extremely Large Telescope, c’è da specificare che questa operazione affascinante sarà possibile per pochi pianeti che sono abbastanza vicini alla loro stella madre.

Lee Billings nel suo libro Five Billion Years of Solitude parla della Terra in termini molto chiari:“La vita su questo pianeta ha una data di scadenza”, aggiungendo, “anche perché un giorno il Sole cesserà di brillare”.

Finalmente il team di HARPS e non solo, sono nel bel mezzo della caccia ad una Terra 2.0 e noi stiamo vivendo quest’epoca d’oro della corsa allo studio degli esopianeti consapevoli che la prossima generazione di telescopi può rappresentare la definitiva rivoluzione nel nostro studio del cosmo.

Gianluigi Marsibilio

Crediti: ESO/M.Kornmesser

PLACEBO, IL CUORE COLPITO DALLA PROVA DEL DOPPIO CIECO?

 

Lo stent e le più caratteristiche manovre di angioplastica sono state associate per la prima volta all’effetto placebo: a farlo è stato uno studio condotto in Inghilterra dai ricercatori dell’ Imperial College di Londra su oltre 200 pazienti che hanno avuto dei problemi al cuore, i risultati sono stati pubblicati la scorsa settimana su The Lancet.
La ricerca ha mostrato come la tecnica che permette l’allargamento dell’arteria dei pazienti non ha un significativo beneficio sulla qualità di vita delle persone, c’è da specificare che i casi presi in esame non avevano gravissime patologie che potevano rendere necessario l’intervento rispetto ad una completa e comune cura farmacologica. Per intenderci ad essere studiata non è stata quella parte di pazienti che usano lo stent per sbloccare effettivamente un’arteria durante un attacco di cuore, ma una seconda tipologia di pazienti in cui viene applicato lo stent per ridurre dolori e sforzi.

”Le tecniche PCI- come ci ha spiegato Rasha Al Lamee, professoressa di cardiologia dell’ Imperial College e autrice della ricerca- si portano dietro un rischio di complicazioni del 1-2% tra queste c’è la possibilità di emorragia, l’aumento del rischio di infarto miocardico o la necessità di un intervento urgente per applicare un bypass”.

Una procedura PCI è un’operazione teoricamente semplice in cui si va ad inserire una piccola parte metallica all’interno delle arterie coronariche per allargare l’area ristretta o bloccata.

Nello studio una metà dei pazienti è stata sottoposta ad un falso intervento, in cui i medici hanno riprodotto le manovre ma non hanno  inserito lo stent.

I pazienti sono stati poi sottoposti a delle rigide  verifiche, a partire da costanti analisi del sangue dopo pochi giorni passando per un controllo dell’attività fisica tramite delle prove su un tapis roulant, la prova è utile per scoprire se durante l’esercizio il dolore al petto era effettivamente diminuito.
I risultati raccolti non hanno mostrato differenze significativamente rilevanti tra i pazienti con stent e pazienti a cui era stata fatta la manovra placebo.

I pazienti in condizioni non gravi possono gestire tutta la loro situazione con dei farmaci come la nitroglicerina o dei betabloccanti comuni senza subire alcuna procedura invasiva.  Oltre 500.000 pazienti in tutto il mondo ogni anno subiscono interventi di PCI.
In alcuni casi, anche di entità minore, lo stenting è associato all’aiuto per ridurre i sintomi e permettere un maggiore sollievo.

La scienziata ha precisato: “In alcuni pazienti l’angioplastica potrebbe non essere efficace perché il dolore che sperimentano è dovuto ad una malattia di piccoli vasi che non possiamo andare a curare tramite l’intervento”.

A volte un farmaco che funziona molto bene ha degli effetti migliori delle procedure invasive, anche se c’è da specificare come le dosi prese durante l’esperimento dei vari medicinali sono state più alte rispetto alla norma.

Lo studio pubblicato apre una nuova frontiera nello studio e nell’applicazione di determinate procedure, la comunità scientifica è chiamata come sempre a farsi nuove e magari più efficaci domande.

Gianluigi Marsibilio

HUBBLE HA CATTURATO L’ECO DI UNA SUPERNOVA

 

La supernova SN 2014J esplosa in M82, scoperta il 21 gennaio del 2014, è stata catturata dal telescopio Hubble e messa sotto osservazione per due anni, l’eco dell’esplosione della stella è stato raccolto a circa dieci mesi dall’evento esplosivo. Il video è il risultato della serie di immagini che Hubble, longevo osservatorio spaziale NASA, ha elaborato nel corso di questa particolare campagna osservativa
Crediti: NASA’s Goddard Space flight Center

 

 

LA STELLA ZOMBIE, CAMBIA LA PERCEZIONE SULLE SUPERNOVAE

In una famosa serie TV, che sicuramente alcuni di voi avranno visto, viene detta una frase che suona più o meno così: “I morti quando tornano in vita non fanno razzia nelle dispense”, oggi grazie allo studio della Carnegie Institution for Science, pubblicato su Nature, possiamo applicare questa frase ad una categoria molto particolare di oggetti: le stelle.

Quando una stella arriva a diventare una supernova, sappiamo di trovarci dinanzi ad un evento di fine vita per il corpo celeste e dagli studiosi viene raccolta la luce emessa da queste esplosioni tanto spettacolari quanto importanti dal punto di vista cosmico.
Una stella però ha deviato in modo irreparabile il corso delle ricerche sulle Supernovae: l’astro iPTF14hls è il primo caso di stella esplosa più volte in un periodo di circa 50 anni e come in un film di Romero è tornata dall’aldilà cosmico.

La curiosa e esplosiva stella era stata categorizzata dal team come supernova II-P; la prima anomalia è stata registrata quando il team del Paloma Transient Factory ha rilevato che l’astro che doveva rimanere luminoso, post-esplosione, per circa 100 giorni ha registrato una luminosità intensa per un periodo di oltre 600 giorni.

Continue analisi inoltre mostravano come la graziosa iPTF14hls aveva subito un fenomeno esplosivo già nel 1954, insomma in mezzo secolo è sopravvissuta ed ha avuto la forza di risplodere nel 2014.

Parlando con Iair Arcavi, lo scienziato del Las Cumbres Observatory che ha guidato le analisi e il progetto, abbiamo notato il suo completo stupore sulla faccenda: “Ancora possiamo capire l’importanza di questo evento dato che non riusciamo a capacitarci di come sia stato possibile”. 

Manca effettivamente un chiaro e importante pezzo sull’evoluzione stellare in particolare per quanto riguarda gli astri estremamente massicci che vanno a esplodere nel loro fine vita: “Le teorie attuali- ha precisato Iair – non ci dicono nulla su questo evento”.

Un modello chiamato di instabilità pulsazionale può essere effettivamente ricondotto a questa stella,  gli scienziati infatti pensano che: “Una stella molto massiccia può subire molteplici esplosioni per espellere i suoi strati esterni”.

Cercando di dare una carta d’identità all’astro notiamo come sia 50 volte più massiccio del sole e ricco di idrogeno schizzato via durante l’ultima esplosione, ma questa indicazione fa presagire che la stella originaria (prima della morte numero 1 per capirci) sia stata massiccia ben oltre le 100 masse solari.

“Non abbiamo mai visto questo tipo di esplosione. inizialmente gli spettri ci hanno fatto capire che iPTF14hls facesse parte della Supernova di tipo 2P”, ovviamente dopo la seconda esplosione tutte le idee degli scienziati a riguardo sono andate a farsi benedire.

Lo spettro ottico osservato l’8 gennaio del 2015 mostrava già alcune anomalie, una volta superati i 100 giorni di fase di costante luminosità gli studiosi hanno visto come le caratteristiche spettroscopiche della stella avevano proprietà assolutamente uniche e non riconducibili a nessun precedente storico.

Altra caratteristica molto particolare è racchiusa nella potenza di espulsione del materiale:  il team ha misurato la velocità di espulsione del materiale che è stata calcolata tra i 4000 e 8000 Km al secondo, questa cifra è rimasta molto più alta rispetto ai casi simili osservati in precedenza.

“L’energia richiesta da un processo del genere è molta e noi non siamo sicuri da dove provenga questa potenza” ha concluso Arcavi.

L’osservazione e la catalogazione della Supernova è stata possibile grazie ad uno strumento chiamato Sed che viene utilizzato per classificare tutti gli eventi esplosivi sparsi nel cosmo.

Studiare le esplosioni cosmiche è fondamentale anche per capire l’origine del nostro sistema solare, su questa affascinante anomalia rimarranno per molti anni alcuni dubbi ma forse con il passare del tempo riusciremo ad elaborare modelli adatti a spiegare anche le stelle zombie, trovando una scusa ulteriore per andare al cinema o in un osservatorio per vedere i non-morti e stupirci ancora una volta.

 

Gianluigi Marsibilio

#LIBRODELLASETTIMANA- LA CONGIURA DEI SOMARI DI ROBERTO BURIONI

Ieri siamo stati alla libreria Rizzoli alla presentazione del libro: ” La congiura dei Somari” di Roberto Burioni, l’ormai celebre medico e professore ordinario di virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano,nel suo nuovo volume si è lanciato in un’analisi molto fine di una categoria antropologica molto interessante, quella dei somari.

Lo scienziato ha constatato come tramite internet e i nuovi mezzi di informazione persone con scarsa cultura in determinati campi, spesso molto difficili da capire, possano divulgare le loro idee liberamente creando danni che rischiano di avere conseguenze molto serie, l’immagine che Burioni ha offerto è quella del matto di paese che ora ha trovato un teatro utile (le bolle virtuali) a divulgare ogni suo pensiero,  anche il più strambo.

La scienza, come ha detto Piero Angela, non è democratica e il metodo scientifico, che porta gli scienziati a scoperte e innovazioni, non è frutto di associazioni casuali e strambe teorie, la scienza passa attraverso il sudore e sangue dei ricercatori che dedicano la loro vita a studiare per diventare esperti e autorevoli in un determinato campo di studio.

Il professor Burioni durante la sua presentazione ha mostrato con molti grafici e dati tutte le idee al centro del libro, in uno di questi esempi veniva spiegato come solitamente un grande esperto di un determinato settore tende a sottostimare la sua reale competenza, al contrario il ciarlatano medio preferisce dire di essere un grande intenditore di un ambito pur non avendo alcuna competenza nel settore.

Il libro è molto scorrevole e parte dalle esperienze di vita del professore che è sempre loquace e irriverente nei confronti di quelli che pretendono di convincerci a scegliere una cura piuttosto che un’altra pur non avendo la minima nozione di medicina o biologia.

Il volume non è esclusivamente basato su un’azione di debunking vero e proprio ma è una piccola raccolta di dati molto utili che ci fanno capire dal punto di vista scientifico a che punto siamo e i progressi che abbiamo fatto in alcuni settori, come quello dei vaccini. L’analisi dello scienziato non si ferma a parlare dei problemi scientifici legati a cattiva divulgazione e informazioni false, ma approfondisce l’origine di queste credenze malsane.

All’interno della storia vengono usati  molti elementi chiave per capire l’effettivo valore di una ricerca scientifica o di un articolo trovato su internet, ad esempio uno di questi molto importante è la citazione, il professore infatti spiega nelle pagine cosa significa citare un lavoro scientifico e come si può apprezzare una corretta citazione.

La Congiura dei Somari si dimostra un libro che è capace di stimolare alla ricerca di informazioni reali, accurate e scritte da fonti realmente affidabili, che fanno bene alla divulgazione e alla scienza.

ICESAT-2, I NUMERI DIETRO UNA MISSIONE STRAORDINARIA

Eccovi una bellissima serie di video che spiega in maniera completa e semplice il lavoro di Icesat-2, satellite costruito dagli scienziati del NASA Goddard Space Flight Center venite a scoprire cosa c’è dietro il suo contributo fondamentale per raccogliere importanti dati sul nostro pianeta.

ICESat-2 è un laser spaziale estremamente preciso che mette in mostra la più recente tecnologia NASA per misurare la profondità del ghiaccio, gli ingegneri devono portare ICESat-2 ai suoi limiti estremi per avere delle misure, su grandi e microscopiche superfici, sempre estremamente precise.

Scoprite i numeri dietro questa straordinaria missione.

 

 

 

Crediti: NASA’s Goddard Space Flight Center

PROXIMA CENTAURI, A CACCIA DI PIANETI TRA LA POLVERE COSMICA

Il sistema stellare di Proxima, al centro anche della scoperta del pianeta Proxima B, ha fatto segnare una nuova importante scoperta per la comprensione dei sistemi planetari e della formazione di pianeti.

La nana rossa a soli quattro anni luce di distanza, grazie alle nuove osservazioni di ALMA, ha mostrato nubi di polvere cosmica fredda che circondano la stella.

La ricerca “ALMA Discovery of Dust Belts Around Proxima Centauri” sarà pubblicata sull’Astrophysical Journal Letters.

Per capire le implicazioni di questa scoperta abbiamo parlato con Pedro Amado, dell’Instituto de Astrofísica de Andalucía (CSIC) e Guillem Anglada proveniente sempre dall’istituto di ricerca andaluso.

 

Le parti che compongono queste cinte di pulviscolo cosmico possono essere grandi come asteroidi o avere un diametro di qualche millimetro. La polvere è una traccia residua del processo di formazione dei pianeti: “I corpi che non fiscono per diventare pianeti subiscono forti collisioni e si frammentano fino a formare cinghie di polvere, ghiaccio e corpi rocciosi”.

Tutta una serie di indicazioni, come la precedente, mette in luce come probabilmente intorno a Proxima Centauri ci sia una serie di pianeti ancora sconosciuti.

La temperatura della fascia è simile a quella della nostra cintura di Kuiper, situata nel sistema solare esterno, e si aggira intorno ai -230 gradi Celsius. Il prof. Amado ci ha spiegato le differenze e le possibili similitudini: “Le analogie sono molte, come la temperatura della polvere in entrambe le fasce e la massa totale. Una delle principali differenze è che la cintura di Proxima è molto più vicina alla stella rispetto alla zona di Kuiper”. Probabilmente questo dipende dalle dimensioni delle stella e dalle sue caratteristiche.

Guillem Anglada ha concluso dicendo che: “L’origine di tale cintura esterna in Proxima è difficile da capire nel quadro delle teorie standard della formazione dei pianeti”.

La polvere è un indicatore di una caratteristica molto importante: le stelle giovani solitamente sono circondate da grandi quantità di polvere, ma  nel caso di stelle mature come il Sole o Proxima, il pulviscolo viene spiegato come un risultato della collisione di grandi corpi che sono rimasti dopo la fine del processo di formazione del sistema planetario. Le dimensioni dei granuli di polvere e dei corpi più grandi: “Seguono una distribuzione- ha indicato Anglada- molto caratteristica, con un gran numero di piccoli chicchi e un piccolo numero di corpi grandi”.

 

In questo momento ci troviamo all’antipasto del succoso pranzo cosmico a base di Proxima, il progetto Starshot punta ad arrivare ad osservare e studiare da vicino la stella direttamente, in un futuro nemmeno troppo lontano, per ora i dati di ALMA sono la prova che anche scrutando i nostri vicini più prossimi possiamo imparare tanto per capire il passato e interpretare il futuro del sistema solare.

 

 

Gianluigi Marsibilio

FONTE IMMAGINE: ESO/M. Kornmesser

ACQUA SOSTENIBILE NELL’ECOSISTEMA URBANO

Le infrastrutture legate all’acqua nelle nostre città sono tante volte obsolete e rischiano di creare grandi problemi di sprechi o di cattiva depurazione. L’acqua è la nostra risorsa più preziosa e David Sedlak a maggio ha parlato al Future Forum, richiedendo attenzione nell’investire in impianti automatizzati e utili per trattare le tracce di contaminanti chimici.

Il video di cinque minuti parte da un omaggio al grande romanzo fantascientifico Dune che viene usato sapientemente come esempio della situazione idrica locale.

 

Alcune città stanno già lavorando molto bene in questo senso usando una membrana ad osmosi inversa che viene integrata con l’uso del perossido di idrogeno e l’esposizione alla luce ultravioletta. Tutto questo procedimento è in grado di rendere fruibile l’acqua anche in zone dove solitamente la qualità dell’acqua è scarsa.

 

 

 

 

L’ITALIA VISTA DALLO SPAZIO

Il nostro astronauta Paolo Nespoli, equipaggiato con una Red Dragon Camera, che si trova a bordo della Stazione Spaziale Internazionale ha scattato queste foto che compongono il meraviglioso video rilasciato dall’ESA.

La protagonista del video è la nostra penisola, da sempre super paparazzata da ogni inquilino del laboratorio orbitante. 

Nespoli sta attualmente lavorando per la missione VITA e si trova a bordo della ISS.

La canzone presente nel video è di Roob Sebastian.

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