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tra Scienza & Coscienza

"Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me'' I. Kant

OURANOSAURUS NIGERIENSIS, A SPASSO NEL JURASSIC PARK DI FILIPPO BERTOZZO

 

È passato tanto tempo dall’ultima volta in cui abbiamo parlato di dinosauri, oggi fortunatamente grazie a Filippo Bertozzo, paleontologo dell’Università Libera di Bruxelles, siamo entrati nuovamente nel Jurrasic Park nascosto in ognuno di noi. La conversazione si è concentrata su un reperto molto particolare tenuto al Museo di Storia Naturale di Venezia, si tratta di uno scheletro dell’Ouranosaurus nigeriensis. Insieme a lui abbiamo indagato su questa specie molto particolare, scoprendo nuovi particolari di questo dinosauro particolare.

 

– Per prima cosa ci può presentare Ouranosaurus nigeriensis? Spiegandone anche la sua collocazione geografica e la sua importanza?

 

Ouranosaurus nigeriensis è probabilmente uno dei dinosauri più famosi al grande pubblico, ricordo che spesso lo vedevo nei libri divulgativi quando ero piccolo. Era un dinosauro di medie dimensioni, parliamo di almeno 6-7 metri di lunghezza. È “cugino” del più conosciuto Iguanodon, e condivide con lui alcuni caratteri come il “pollicione” acuminato sulle mani (sebbene di più esile morfologia). Ciò nonostante, questa specie presenta alcuni caratteri evolutisi anche in forme più derivate come gli adrosauri (Hadrosauridae – conosciuti anche come “dinosauri dal becco ad anatra”), ad esempio il caratteristico muso allungato e allargato a formare una sorta di becco. Questo mosaico di caratteri basali (primitivi) e derivati ha reso Ouranosaurus un dinosauro dalla difficile collocazione filogenetica all’interno dell’albero evolutivo dei dinosauri.

Ouranosaurus visse tra i 125 e i 100 milioni di anni fa nel Cretaceo Inferiore, in quello che è oggi il Niger. A quel tempo, grossi fiumi percorrevano l’Africa e la vegetazione era più ricca, costituita da conifere e felci. La fauna era composta da differenti specie di pesci, coccodrilli (anche di notevoli dimensioni come Sarcosuchus), e dinosauri erbivori (altri ornitopodi come Lurdusaurus, Elrhazosaurus, e il sauropode Nigersaurus), in costante allerta per l’arrivo di predatori come Kryptops, Eocarcharia, e Suchomimus.

 

– Nel corso degli anni quanto materiale è stato trovato su questa specie e la vostra ricerca come cambia le carte in tavola?

 

Nel corso delle varie spedizioni avvenute tra gli anni ’60 e ’70, due scheletri di Ouranosaurus furono recuperati dalla zona di Gadoufaoua, un’impervia regione del deserto del Ténéré. Il primo venne nominato “GDF 300”, uno scheletro quasi completo provvisto di cranio, mentre il secondo, quello veneziano ritrovato successivamente, “GDF 381”, uno scheletro meglio preservato e articolato ma privo del cranio.
Il nostro studio conferma questo resoconto, sebbene dimostri come l’esemplare veneziano sia stato probabilmente completato con alcune ossa (per esempio, il femore destro) appartenenti ad altri esemplari della stessa specie, ritrovati disarticolati nei dintorni.

 

– Qual è la storia dello scheletro semi completo esposto al museo di storia naturale di Venezia?

 

Lo scheletro venne individuato nel 1970 durante una spedizione francese e raccolto durante la successiva spedizione del 1972. Successivamente fu portato a Parigi, in Francia, per il lavoro di preparazione e restauro. Nel 1974, il famoso filantropo ed esploratore italiano Giancarlo Ligabue, che collaborò attivamente nelle spedizioni, donò l’esemplare di Ouranosaurus alla città di Venezia, affinché venisse ammirato dai suoi cittadini e visitatori. Dal 1975, infatti, è l’esemplare di maggior prestigio esposto nel museo cittadino.

 

– Quali sono le particolarità nell’aspetto di questo dinosauro su cui avete investigato in maniera estremamente accurata?

 

La caratteristica che più salta agli occhi osservando lo scheletro di Ouranosaurus è la struttura a forma di “vela” che adorna la sua schiena, costituita dalle lunghe spine neurali delle vertebre dorsali. Dalle analisi che abbiamo effettuato, l’ipotesi che fosse utilizzata per la termoregolazione non sembra plausibile, data la bassa densità di vascolarizzazione nelle spine neurali. Inoltre, solo la base delle spine presenta caratteristiche associate alla presenza di muscoli, caratteristiche assenti nella parte superiore delle stesse. L’ipotesi che abbiamo fornito, quindi, è che tale struttura ossea servisse da supporto per una “vela”, possibilmente utilizzata come display.

Una seconda caratteristica unica della specie, meno visibile rispetto alla “vela”, è la presenza di due bozzoli ossei sulle ossa nasali.

 

– Chi legge lo studio si imbatte in due parole fondamentali per la paleontologia come olotipo e paratipo, può spiegare l’importanza e la connessione di questi due termini con la ricerca e i vostri studi?

 

In paleontologia, e più in generale, nelle scienze biologiche, l’olotipo è l’esemplare di riferimento utilizzato per istituire una nuova specie. Ha quindi enorme importanza scientifica, dato che è il punto di riferimento primario per studi collegati. Si definisce poi come paratipo il materiale descritto successivamente all’istituzione dell’olotipo.

Un olotipo deve essere disponibile al mondo accademico, visibile ed analizzabile.

Dopo essere stato restaurato a Parigi, l’olotipo di Ouranosaurus fu riportato in Niger, dove è tuttora conservato presso il Musée National Boubou-Hama in Niamey.

Purtroppo, la possibilità di visitare e analizzare la collezione è resa difficile dalla complicata situazione politica africana.

Dell’olotipo esiste una replica al museo parigino, ma gli studi morfologici basati su calchi non hanno la stessa valenza di analisi svolte su materiale originale.

Quindi, lo studio e la descrizione di un esemplare come quello esposto a Venezia, facilmente visitabile da tutti, è di grande importanza per i paleontologi che studiano questo particolare clade di dinosauri.

 

Il ricercatore, al termine della nostra intervista,  ha voluto aggiungere un saluto e un ringraziamento ai due colleghi, dott. Fabio Marco dalla Vecchia (Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia) e Matteo Fabbri (Dipartimento di Geologia e Geofisica della Università di Yale)

 

Crediti foto: Elisa Aprile

IL SEGNALE DELLA STELLA ROSS 128 ARRIVATO DA SATELLITI GEOSTAZIONARI

La nana rossa Ross 128 e il suo presunto segnale anomalo hanno infiammato la comunità scientifica per quasi una settimana, ancora una volta però non dobbiamo farci colpire dai facili allarmismi o da dati prematuri: il segnale, che un gruppo di astronomi aveva ricondotto alla stella Ross 128 (nana rossa a circa 11 anni luce di distanza) è stato associato a semplice attività satellitare in orbita. In realtà per gli scienziati le possibilità sull’origine dei segnali si aggiravano su un 50% a testa tra un’attività anomala della stella o un satellite in orbita.

Chiaramente un segnale apparentemente strano fa scattare l’interesse per possibili trasmissioni con chissà quale civiltà aliena. Per ora però niente da fare: il SETI ha concluso che “La spiegazione migliore è che appartengano a satelliti geostazionari”.

 

Sono tanti quelli che ad ogni minimo “segnale” scatenano l’inferno, pronti per scrutare E.T.: questo indica effettivamente quanto il pubblico sia estremente legato ad un tema del genere.

I segnali in origine sono stati captati da Abel Mendez, direttore del laboratorio dell’Università di Puerto Rico, che insieme al suo team stava lavorando a varie ricerche sulle nane rosse, tuttavia è stato lo stesso studioso nella giornata del 21 a smentire ogni strana idea: “La spiegazione migliore è che il satellite sia stato trasmesso da uno o più satelliti geostazionari”.

La spiegazione è importante anche per capire il perché il segnale fosse presente solo al passaggio all’equatore celeste, dove effettivamente i satelliti sono presenti in gran quantità.

 

La telenovela, iniziata praticamente più di una settimana fa dal radio telescopio di Arecibo, sembra finita: i problemi erano legati anche alla mancata ripetizione del segnale, che facevano escludere la possibile presenza di E.T. dietro la rilevazione.

Il team di Mendez ha comunque dichiarato di voler continuare a osservare la stella e magari trovare altri dati sulle possibili anomalie legate all’astro.

 

Il nostro orecchio è teso nello spazio, comunque vada a finire la ricerca sarà fruttuosa e ricca di spunti per migliorare la comprensione diretta di noi stessi.

 

LA SCIENZA DEL POLLO FRITTO

La scienza dietro le fritture è sempre intrigante da capire, alcuni mesi fa uno studio dell’Università dell’Idaho additò le patatine fritte come un cibo pericoloso a causa dell’acrilamide, sostanza chimica che per vari roditori è stata associata allo sviluppo di vari tipi di cancro, anche se sull’uomo gli studi su questa molecola sono ancora incompleti.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro considera comunque la sostanza come un “probabile fattore cancerogeno”.

Tracce di acrilamide sono presenti in molti cibi cotti a temperature superiori a 248 gradi Fahrenheit.

Nel simpatico video dell’American Chemical Society di oggi si parla di pollo fritto e del modo in cui la cottura influisce chimicamente sul prodotto e sul corpo umano.

Ci avviciniamo anche all’ora di cena per cui, il pollo è servito, ma forse meglio non esagerare.

Crediti foto: American Chemical Society

TERRA CHIAMA MARTE, IL FUTURO DEL PIANETA ROSSO SPIEGATO DA FRANCESCA ALTIERI

Nella settimana che precede l’inizio del nostro festival Le Stelle dal Borgo vogliamo farvi conoscere meglio una delle protagoniste dei nostri incontri. Francesca Altieri, dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia di Roma, il 12 agosto a Guardiagrele (Ch) ci racconterà le novità e il futuro del pianeta rosso, nella nostra chiacchierata potete trovare un assaggio di quello che sarà il tema dell’incontro.

-Il tema del nostro incontro sarà il futuro dell’esplorazione spaziale sul pianeta rosso. La parola futuro come si coniuga con Marte?

Il futuro dell’esplorazione spaziale di Marte è ricco di eventi. Ci sono infatti già delle date importanti da segnare. A metà del 2018 un orbiter ESA inizierà la sua fase operativa per studiare la composizione dell’atmosfera, e ci sarà il lancio di un lander della NASA che ha l’obiettivo di capire se Marte è ancora geologicamente attivo; nel 2020 ci saranno invece i lanci di due rover, uno ESA ed uno NASA.

-Le date su un possibile sbarco di astronauti, cambiano anno dopo anno,
quali saranno le tappe da raggiungere prima di vedere un uomo su Marte?

Prima di tutto dalle missioni future abbiamo bisogno di capire meglio se e quando Marte abbia ospitato forme di vita. Ora sappiamo con certezza che Marte in passato aveva un ambiante favorevole allo sviluppo della vita, per come la conosciamo noi sulla Terra. Dobbiamo pero’ avere ulteriori evidenze che giustifichino in maniera definitiva una missione umana. Ciò non toglie che le agenzie spaziali di tutto il mondo (e non solo!) stiano comunque pianificando delle possibili missioni umane verso il pianeta Rosso. Comunque cio’ che davvero manca attualmente è la tecnologia per riportare indietro i nostri astronauti.

– Quali obiettivi deve raggiungere ancora l’esplorazione robotica sul
pianeta?

Una delle tappe fondamentali (anche per dare un’ulteriore spinta alla realizzazione di missioni umane) è riportare a terra campioni prelevati da siti con una mineralogia particolarmente interessante. L’obiettivo è analizzare materiali di interesse esobiologico (come rocce sedimentarie prelevate da terreni molto antichi) nei nostri laboratori, e quindi con tecniche molto sofisticate e sotto il nostro completo controllo.

– Tutti si sono concentrati a denigrare il povero Schiaparelli ma
attraverso il fallimento si possono cogliere nuove opportunità nello spazio?

L’esplorazione spaziale è segnata dagli insuccessi. Purtroppo fanno parte di questo processo e lo vedremo meglio durante la mia presentazione. Nel caso specifico del modulo Schiaparelli, l’obiettivo da parte dell’Agenzia Spaziale Europea era dimostrare che dal punto di vista tecnologico l’Europa è in grado di gestire le fasi di entrata in atmosfera, di discesa e di atterraggio di un lander. Nell’ottica di vedere il bicchiere mezzo pieno, sicuramente alcuni obiettivi sono stati raggiunti: entrata in orbita e gestione delle prime fasi della discesa. Purtroppo, poi, qualcosa è andato fuori controllo e la parte finale è stata, appunto, un fallimento. Ma l’ESA ha già prodotto un report molto dettagliato, dimostrando che i suoi ingegneri hanno ricostruito quello che non ha funzionato.

– Com’è cambiata la percezione, all’interno della comunità scientifica, del
pianeta rosso nel corso di questi anni?

Grazie alla missione ESA Mars Express e alle recenti missioni della NASA, è oramai chiaro che nel passato Marte era molto più simile alla Terra di come ci appare ora.

– Per un atterraggio di rover o addirittura umani, come si valuta un sito?
Quali caratteristiche deve avere un sito di atterraggio?

Prima di tutto un sito di atterraggio deve essere sicuro. Questo vuol dire che il terreno non deve presentare massi di grandi dimensioni o punti troppo scoscesi, per non danneggiare il modulo di atterraggio. Ovviamente però il sito deve essere anche scientificamente interessante. I dati raccolti dalle missioni più recenti hanno fornito un forte contributo per valutare quest’ultimo aspetto, in particolare in termini della composizione mineralogica dell’area che i rover vanno a perlustrare.

– Quali sono le tue più grandi paure legate all’esplorazione di Marte?
Quali le più grandi speranze?

L’atmosfera di Marte è caratterizzata dalla presenza di minuscole particelle di polvere che possono danneggiare strumentazione robotica o di supporto alle missioni umani. Periodicamente si innescano tempeste di polvere che coinvolgono tutto il pianeta. Inoltre, la superficie di Marte non è schermata, a differenza di quella terrestre, dai raggi UV e particelle energetiche. Questo rappresenta un pericolo per l’esplorazione umana.
La mia speranza è che lo sviluppo di nuove tecnologie proceda velocemente per permettere alle future generazioni di astronauti di fare un viaggio Terra-Marte di andata e ritorno, ed in completa sicurezza.

– Neil deGrasse Tyson ha detto questo, riporto la frase originale: “This adventure is made possible by generations of searchers strictly adhering to a simple set of rules. Test ideas by experiments and observations. Build on those ideas that pass the test. Reject the ones that fail. Follow the evidence wherever it leads, and question everything. Accept these terms, and the cosmos is yours”. Marte è la più grande prova che l’umanità, dal punto di vista scientifico, è chiamata ad affrontare?

Comprendere se mai Marte abbia ospitato in passato forme di vita o se, in siti protetti nel sottosuolo, ci sia tuttora un’attività batterica, è una delle sfide più grandi per l’esplorazione spaziale planetaria. Ma di certo non è la sola. Volendo circoscrivere il raggio al nostro Sistema Solare, missioni recenti come Dawn e Rosetta hanno dimostrato che i corpi minori possono essere molto ricchi in materiale organico. Inoltre, negli ultimi anni abbiamo imparato che sotto la superfice ghiacciata di Europa, una delle lune di Giove, ci potrebbe essere un oceano arricchito di elementi che hanno reso possibile la formazione e sviluppo di forme vita sulla terra. Spingendo lo sguardo più in la’, è oramai chiaro che ogni stella ospita un sistema planetario e pianeti simili alla Terra potrebbero essere molto piu’ comuni di quanto finora pensato! Ma se invece pensiamo all’astronomia in senso piu’ ampio, altre sfide riguardano lo studio delle onde gravitazionali e della materia oscura, solo per fare degli esempi. I progressi fatti nel XX secolo ci hanno fatto sentire il Cosmo un po’ piu’ nostro, ma molto c’e’ ancora da testare, analizzare e scoprire!

Qui trovate il programma completo del festival

Gianluigi Marsibilio

QUANDO SU MARTE SCORREVANO FIUMI

Marte. Il letto di un fiume asciutto, con numerosi affluenti, che scorreva in una valle dei Lybia Montes. È innegabile che è quello che ci mostrano queste nuove immagini riprese dalla sonda Mars Express il 21 febbraio scorso, analizzate e rilasciate in questi giorni.

I Libya Montes sono una catena montuosa che si trova sull’equatore del Pianeta Rosso, la sezione ripresa si trova al confine degli altopiani meridionali e delle pianure settentrionali. Si tratta di una delle regioni più antiche di Marte, sollevatisi durante la formazione del bacino d’impatto Isidis (a nord sulla mappa a lato, del diametro di circa 1200 km), circa 3,9 miliardi di anni fa.

Tutta la regione mostra caratteristiche che indicano la presenza, nel passato lontano di Marte, sia di fiumi con acqua corrente, che di bacini fermi, come laghi o mari.

Il letto del fiume scavato dalle acque, che va da sud a nord (da sinistra a destra nell’immagine a colori principale) sembra abbia solcato la regione circa 3,6 miliardi di anni fa. Originato dal cratere da impatto a sud della zona, la sua acqua ne avrebbe scavalcato la cresta scendendo verso nord, e scorrendo tra le montagne della zona.

Il suo corso è stato alimentato da numerosi affluenti, indicando l’esistenza di piogge estese e lo scorrere dell’acqua in superficie, dalle alture verso il basso. A contribuire potrebbe essere stata anche l’infiltrazione di acque sotterranee. Si pensa anche che a contribuire alla modellazione del paesaggio si sia aggiunta una fuoriuscita di acque sotterranee. Un canale simile si snoda nella scena in basso a destra.

La mineralogia nella regione è molto diversificata. I minerali presentano caratterisctiche di sedimentazione sia meccanica che chimica, testimoniando l’azione di un’attività idrotermale passata, che può essere legata alla formazione del bacino d’impatto Isidis. L’impatto potrebbe aver sciolto il ghiaccio sotto alla superficie, facendolo affiorare come acqua liquida che ha interagito con le antiche rocce vulcaniche.

I numerosi crateri, in vario stato di degrado, coprono l’intera scena testimoniando la lunga storia della regione. Forse i crateri più notevoli sono i due affiancati nel centro della scena, che formano la figura di un otto. Un altro cratere interessante si trova sulla sinistra, immerso nel fianco di una collina: inevitabilmente parte di una sua parete è crollata sul fondo della valle. Ancora più a sinistra, un piccolo cratere si è impresso in un cratere più grande e più ampio, penetrando in uno strato più profondo del terreno.

La ricca diversità delle caratteristiche geologiche di questa regione – e solo in questa immagine – è prova dell’ambiente altamente dinamico che ha accompagnato il pianeta nel corso dei millenni, evolvendo da un clima più caldo e umido, che ha consentito all’acqua liquida di fluire liberamente attraverso la superficie, verso il mondo arido che vediamo oggi.

Coelum Astronomia

Marte sarà al centro della conferenza del 12 agosto de Le Stelle dal Borgo a Guardiagrele presso il Cinema Garden, dove per noi la dottoressa Francesca Altieri racconterà il futuro dell’esplorazione del pianeta rosso.

PROVE DI CUORE ARTIFICIALE

390 grammi e 679 centimetri cubi di volume, ecco le misure del primo cuore artificiale di silicone stampato in 3D e con la tecnica della fusione a cera persa.

Attualmente con oltre 26 milioni di persone in tutto il mondo che soffrono di problemi cardiaci, vengono usate pompe meccaniche fino a quando non viene trovato un cuore da un donatore. questa situazione non riesce ad accontentare l’enorme richiesta di interventi.

Gli innesti artificiali attuali hanno parecchi svantaggi: le parti meccaniche sono infatti suscettibili a delle complicanze e il paziente manca di un vero impulso fisiologico.

Come potete vedere dal video il cuore messo appunto dagli scienziati dell’ETH di Zurigo è stato testato con un fluido di una viscosità paragonabile al sangue, e la funzionalità è simile a quella di un cuore umano. Il problema per ora, come rivela lo studio, è connesso alla durata della vita che è di circa 3.000 battiti, che si traduce in un’attività di meno di un’ora, dopo di che  infatti il materiale non riesce più a sopportare la tensione. Le prestazioni sono state valutate in varie condizioni fisiologiche.

La direzione di questa nuova area di studio però è stata tracciata e nei prossimi anni si cercheranno soluzioni nei materiali per rendere più duratura la vita media del cuore 3D. Le possibili ricadute su costi e fattibilità del trapianto sarebbero enormi.

 

 

Crediti foto e video: Zurich Heart

 

 

COME CAMBIARE IL NOSTRO IMPATTO SUL CLIMA?

Il nostro impatto sul cambiamento climatico potrebbe essere sostanzialmente migliorato con poche azioni. Uno studio della Lund University, guidato dai due studiosi Seth Wynes e Kimberly A Nicholas, e pubblicato su Enviromental Research Letters, ha indicato delle aree fondamentali per diminuire l’impatto delle nostre azioni sulle emissioni di CO2: una dieta a base vegetale, evitare viaggi in aereo, usare poco l’auto privata e vivere in famiglie ristrette.

“Attualmente – come ha spiegato Wynes- la metà delle emissioni nel mondo è prodotta dal 10% della popolazione mondiale che ha elevati tassi di consumo”. Trovare dei modi sostenibili per vivere sarà fondamentale per il futuro dell’uomo sulla Terra.

Lo studio ha analizzato oltre 30 rapporti, ricerche e analisi sul carbonio. Calcolare il potenziale di queste scelte e il loro impatto, l’apporto dei vari accordi sul clima dei governi è fondamentale per capire la scienza del clima, ma per cambiare lo stile di vita delle persone c’è bisogno di spiegare questi accordi: “I governi che hanno firmato l’accordo di Parigi hanno accettato di abbassare le loro emissioni di gas a effetto serra al fine di limitare il pericolo di riscaldamento planetario”. Spiegare ai singoli cittadini queste decisioni è complesso e va fatto con l’ausilio di una sostanziale rivoluzione nello stile di vita.

Le tre azioni che le varie amministrazioni dovrebbero compiere vanno dalla sensibilizzazione sui temi, all’influenza sui vari datori di lavoro fino alle scelte dei vari istituti scolastici per incentivare programmi educativi sul clima.

 

I governi attualmente sono poco chiari sulla comunicazione delle azioni ad alto impatto: “ La guida australiana è stata l’unica a consigliare una vita sostenibile, mentre il Canada e l’UE hanno precisato di evitare il viaggio aereo- Wynes insiste su questo punto- I governi potrebbero migliorare, fornendo informazioni precise ai cittadini circa le azioni che hanno il maggior effetto sulle loro emissioni di gas a effetto serra”.

Ovviamente, come in qualsiasi campo scientifico, migliore sarà la comunicazione intorno ai vari problemi e più adatte saranno le risposte da parte della popolazione.

I ricercatori hanno anche scoperto che né i libri di testo scolastici canadesi né le varie guide pubbliche messe a disposizione da UE, USA, Canada e Australia sottolineano l’importanza di azioni sostenibili.

L’obiettivo dei due gradi centigradi è da centrare in pieno: nonostante i modelli attuali siano ben più pessimistici, partire dalla sensibilizzazione e da piccole scelte sarebbe comunque un grande passo.

Considerate che vivere “car-free” porterebbe un risparmio che va dai 1000 ai 5300 kg di CO2, e anche l’acquisto di una macchina più efficiente rappresenterebbe un’ottima opzione. Ora sta a tutti noi scegliere da che parte stare.

Gianluigi Marsibilio
 

 

L’ATLANTE DEI PASSI E DELL’ATTIVITÀ FISICA, QUALE PAESE è PIÙ ATLETICO?

1, 2, 3, 4, 5, 10, 100 passi. Non sto per iniziare a cantare nessuna canzone o chissà cosa, sto semplicemente iniziando a contare i passi che state facendo con il vostro smartphone in mano mentre leggete questo articolo.

Una ricerca pubblicata su Nature, redatta dagli scienziati dell’NIH e di Stanford, ha messo in luce le differenze tra oltre 100 Paesi, sulla varia intensità dell’attività fisica, in particolare sull’ampio o meno spettro di passi percorsi a piedi durante una singola giornata. Le cifre sono state raccolte in 111 diversi stati e rielaborate grazie ad un’ applicazione per lo smartphone, precisamente Argus.

Questa è la mappa uscita fuori dalle varie misurazioni del pionieristico studio.

 

La scienziata Grace Peng, direttrice del NIBIB (Computational Modeling, Simulation and Analysis at the National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering), ci ha spiegato come interpretare la cartina facendoci alcuni esempi: “Il Giappone è rappresentato in blu più scuro con 6.000 passi medi giornalieri per gli utenti, mentre l’Arabia Saudita è raffigurata in arancione con 3.500 passi quotidiani medi. Molti paesi sono invece in fasi intermedie rispetto a queste”.

 

Solitamente un minor numero di passi è legato ad una maggiore obesità, la classifica finale elaborata dagli scienziati parla chiaro:

 

 

Rank Country Activity Inequality
1 Hong Kong 22.2
2 China 24.5
3 Sweden 24.6
4 South Korea 24.7
5 Czech Republic 24.8
6 Japan 24.8
7 Singapore 24.9
8 Norway 25.2
9 Ukraine 25.2
10 Netherlands 26.1
11 Spain 26.1
12 Taiwan 26.2
13 Denmark 26.2
14 Russia 26.2
15 Chile 26.3
16 Switzerland 26.3
17 Turkey 26.4
18 Finland 26.6
19 Germany 26.6
20 France 26.8
21 Poland 26.9
22 Brazil 27.2
23 Israel 27.2
24 Thailand 27.2
25 Hungary 27.3
26 Italy 27.5
27 Portugal 27.6
28 Belgium 27.6
29 Mexico 27.9
30 United Arab Emirates 28.1
31 Indonesia 28.3
32 Romania 28.3
33 South Africa 28.4
34 Ireland 28.5
35 Malaysia 28.8
36 United Kingdom 28.8
37 Qatar 29.1
38 India 29.3
39 Greece 29.5
40 Philippines 29.8
41 New Zealand 30.1
42 United States 30.3
43 Egypt 30.3
44 Canada 30.3
45 Australia 30.4
46 Saudi Arabia 32.5

 

 

Gli Usa non godono certo di una situazione vantaggiosa, rischiando delle conseguenze davvero pesanti: “L’inattività fisica aumenta il rischio di molte patologie che portano a condizioni di salute avverse, comprese le principali malattie non trasmissibili come le malattie cardiache, il diabete di tipo 2, i tumori del seno e del colon e inoltre c’è una riduzione generale dell’aspettativa di vita”.

 

Sommariamente si stima che 5,3 milioni di persone muoiono ogni anno per cause associate alla mancanza di attività fisica.

Le varie stime di disuguaglianza tra i vari Paesi sono un problema per le donne, infatti in nazioni con gravi deficit nell’attività fisica le donne hanno sempre problemi a poter svolgere un numero di passi congruo ad un corretto stile di vita.

 

La ricerca svolta mette in luce come lo smartphone può effettivamente essere un dispositivo utile allo studio delle nostre abitudini, aiutando a sviluppare nuovi modelli di città a misura d’uomo e dove è possibile svolgere le attività muovendosi tramite aree pedonali, senza l’utilizzo di mezzi pubblici o privati.

 

Gianluigi Marsibilio

UNIVERSE2GO, UNA PICCOLA FINESTRA SULL’UNIVERSO

Universe2go è un piccolo rifugio, una piccola finestra che tramite il visore e il vostro smartphone, qualunque esso sia, si apre verso il cosmo.

Uno strumento che ci ha fatto divertire tanto e soprattutto è stato utilizzabile in pochi minuti, con la semplice installazione dell’app e la messa a punto del visore: si esegue tutto in pochi minuti con incredibile semplicità.

Le modalità che possiamo utilizzare sono varie e adatte ad ogni tipo di astrofilo, dal neofita al più esperto. Al primo uso e magari con pochi rudimenti nello studio del cielo ci si può avventurare nella modalità principiante o esplorazione, dove è possibile avere delle spiegazioni in tempo reale degli oggetti che si stanno visualizzando. Per i più esperti c’è la possibilità di programmare i propri oggetti con descrizioni annesse.

L’oggetto è stato pensato esattamente per una visione 2.0 del cielo e per essere uno strumento veramente innovativo nel suo campo in modo soddisfacente e divertente. La più grande capacità è quella di saper catturare adulti, giovani, nonni e bambini ad un primo approccio tangibile con l’idea del cielo notturno.

Universe2go è perfetto da affiancare ad un primo telescopio, le immagini che vengono fuori sono di ottima qualità e anche la possibilità di vedere le figure in 3D rende, dal punto di vista visivo, tutto più soddisfacente.

I suoi punti di forza stanno nella versatilità, nel costo piuttosto contenuto e nella possibilità di avere una vera visione a 360 gradi del cielo notturno, dalle galassie, ai pianeti agli asterismi più remoti.

Anche le guide e le possibilità di esplorazione sono di ottima fattura e anzi sono sicuro di vedere, nel corso degli anni, miglioramenti all’app come al visore stesso, capaci di far fare un ulteriore salto di qualità allo strumento.

Universe2go è un oggetto smart, intelligente e adattabile ad ogni situazione, che si tratti di esplorazione, curiosità, sete di infinito: questo strumento è un simpatico modo per evadere dalla realtà, almeno fino a quando la batteria dello smartphone diventa rossa e ci avvisa che è ora tornare nella nostra realtà.

Universe2go sarà protagonista delle nostre serate, in particolare quella del 12 agosto, dove sarà possibile provare il visore.

 

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